Rispetto all’Unione europea, nel nostro Paese aumenta l’occupazione nelle professioni elementari e diminuisce nei lavori ad alta specializzazione. E lo studio paga poco. Competitività a rischio.

L’Italia disinveste nei lavori ad alta specializzazione e tecnici incrementando invece l’occupazione nelle professioni elementari. L’ultimo Rapporto Isfol lancia l’allarme competitività.

L’occupazione nelle professioni a elevata specializzazione è diminuita dell’1,8% negli ultimi 5 anni, contro un aumento medio in Europa del 2% (Germania 4,3%, Regno Unito 4%, Francia 2,8%).
“Nel nostro paese – sottolinea il rapporto – abbiamo una bassa quota di professioni a elevata specializzazione: il 18% contro il 23% della media UE. Al tempo stesso, paradossalmente, i lavoratori che ricoprono i livelli professionali più elevati hanno, rispetto al dato europeo, le quote più basse di istruzione terziaria: il 53,6% contro il 70,6% della media UE”.
Si tratta di una fragilità che in realtà prescinde in buona parte dalla difficile congiuntura economica, “come dimostra la debole dinamica della produttività del lavoro che caratterizza il nostro sistema economico –prosegue il rapporto – Dal 1998 è cresciuta poco più del 4% contro l’oltre 15% della media europea”.

Tra le cause individuate dall’ente nazionale di ricerca vi è, prima di tutto, la forte asimmetria dimensionale delle imprese: la domanda di competenze qualificate, infatti, cala nelle aziende più piccole. A ciò ci aggiunge la tendenza a competere sui costi più che sull’innovazione. “Si configura in questo modo il rischio della “trappola dell’equilibrio al ribasso”, – denuncia Isfol – con produzioni a basso valore aggiunto, lavori low skills, bassi livelli di reddito e delle retribuzioni. Tutti fattori che si combinano tra loro in un circolo vizioso”.

Studiare paga…poco

Analizzando la disoccupazione si nota come abbia colpito di più le persone con titolo di studi più basso e questo dovrebbe spingere a investire in formazione superiore, soprattutto in un Paese come il nostro in cui ci sono ancora troppo pochi i laureati (20%) contro una media dei paesi avanzati del 37% e un obiettivo Ue del 40%. Il maggiore livello di istruzione, inoltre, contribuisce a ridurre i gap più problematici come la disparità di trattamento tra i sessi e le diseguaglianze territoriali.

Quindi studiare paga.

“Rimane tuttavia anche in questo caso uno svantaggio dell’Italia rispetto ad altri paesi europei – precisa il Rapporto – Il tasso di disoccupazione dei laureati italiani è aumentato nel 2007-2011 dell’1% mentre in Germania è diminuito dell’1,4%.

Sotto il profilo del reddito, nei paesi Oecd le retribuzioni dei lavoratori con istruzione terziaria superano mediamente del 50% quelle dei lavoratori con istruzione secondaria. La media europea è pari al 48,3%. Il dato italiano si ferma al 36,2%. Dal 2005 i premi retributivi legati ad un maggiore livello di istruzione sono calati in Europa del 4% mentre da noi del 10% (in Germania sono saliti del 10%)”.

Raffaella Giuri

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